STORIE
NASCOSTE D’ALTRI TEMPI
Salve, mi presento,
… il mio nome è Peschier, Carlo
Peschier, sono nato a Trieste il 19 marzo del 1949.
Trieste in quell'epoca, ma lo è tuttora, si trovava in una situazione
giuridica internazionale particolare: era “la
parte per il tutto”, era Il Territorio Libero di Trieste.
Entità statutaria sancita e costituita
per effetto del Trattato di Pace, firmato a Parigi nel febbraio del 1947 -
interessante leggere l’allegato VIII allo stesso Trattato di Pace - alla fine
della seconda guerra mondiale, il tutto al fine di costituire una sorta di
cuscinetto tra il blocco dell'Est ed
il blocco dell'Ovest che, allora,
dopo la fine del conflitto e conseguentemente la fine delle alleanze
strategiche cominciarono a guardarsi in cagnesco dando origine alla cosiddetta guerra
fredda.
Lo stesso premier britannico Sir Wiston
Churchill, ebbe a confidare in un telegramma al presidente americano Truman:
"Una cortina di ferro è calata sul loro fronte [dei russi]. Non
sappiamo che cosa stia succedendo dietro di essa. Non c'è dubbio che l'intera
regione ad est della linea Lubecca– Trieste – Corfù sarà
presto completamente nelle loro mani. A ciò inoltre bisogna aggiungere l'enorme
area tra Eisenach e l'Elba che gli americani hanno conquistato e
che presumo i russi occuperanno fra poche settimane, quando gli
americani si ritireranno.»
Tutto questo stato di cose rimaneva in sospeso, in attesa della nomina di
un governatore ufficialmente designato dal Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite, sotto la cui egida il Territorio di Trieste permane tutt'ora.
Il previsto governatore, come stabilito da dette norme, non è ancora, a
tutt’oggi, stato ufficializzato.
E Trieste rimase e rimane in sospeso.
Per ovviare a questa impasse, nell’ottobre
del 1954, venne sottoscritto un
accordo, il cosiddetto “Memorandum di
Londra” con il quale si decise di dividere il TLT in
due zone: la cosiddetta "zona A" da affidare
all'amministrazione provvisoria del governo italiano e quella cosiddetta "zona
B", da affidare all'amministrazione provvisoria del governo
della Federazione di Jugoslavia.
Non voglio entrare nei particolari geo-topografici della suddivisione del
territorio, sarebbe troppo lungo e troppo doloroso.
Poi venne il famigerato "Trattato
di Osimo", ma questa è un'altra storia.
Ma torniamo a me.
Quindi, come detto, sono nato a Trieste, in uno Stato “limbo” , sospeso in un mondo che esiste ma non esiste, in un non luogo, del quale, però, nelle pubblicazioni internazionali ufficiali ne viene riproposta e riconosciuta la bandiera, accanto alle bandiere di tutti gli altri paesi del mondo, ma la sua vera posizione giuridica non è stata ancora convalidata nonostante leggi e decreti dello stesso governo provvisorio italiano, a cui è affidata l’amministrazione, ne prendessero atto.
Quindi posso, a tutto diritto, considerarmi di cittadinanza e nazionalità triestina, forse ibrida, essendo
appunto, nato in quel posto e nel bel mezzo di quella strana, misconosciuta ai più, situazione politica internazionale, che fortunatamente ha segnato momenti particolarmente floridi per l’economia del
neonato “stato” determinati anche dalla creazione del Porto Franco Internazionale a tutt’oggi, forse, tra i più
importanti in tutta Europa, avendo collegamenti con l’Oriente, con il Bacino
Danubiano e quindi con l’est Europa.
***
Ma facciamo ora un passo indietro per meglio chiarire ciò che voglio esprimere.
Mio papà, Giordano, nacque a Trieste il 16 luglio del 1909; nella Trieste-Triest-Trst, di
fatto e di diritto appartenente prima all'Austria,
dal 1382, poi all'Impero Austro-ungarico.
Anche le ascendenze del mio vecchio non nascondevano la loro vera provenienza ed egli ne era orgoglioso. La famiglia d’origine difatti proveniva dalla Boemia, ora Repubblica Ceca e precisamente nella parte sud-occidentale della stessa, da una città chiamata Blatnà a meno di cento chilometri dalla capitale Praha, dove esistono ancora famiglie con questo patronimico.
Al tempo della nascita di mio papà, Trieste stava vivendo uno
dei suoi momenti più felici. Viveva la "Belle Époque", le
arti fiorivano, i commerci pure, era il “mondo di ieri” di cui ce
ne ha ampiamente parlato Stephan Zweig.
In giro per l'Impero c'erano senz'altro tensioni, primavere e movimenti
irredentisti, ma l'idea di una guerra non veniva presa in considerazione
e, foss' anche ciò si verificasse, la convinzione era che sarebbe
stato un "blitz", una cosa
da mangiarci le caldarroste alla fine, e ancora prima del panettone, quindi nessuno ci dava peso, almeno non prima del
tragico 24 giugno 1914.
Mio papà era di lingua italiana, vivendo ovviamente in centro città, ma parlava un po' il tedesco ed aveva anche qualche rudimento di sloveno come si conveniva in una città multietnica qual'era Trieste da sempre.
Ovviamente arrivare alla tenera età di cinque anni ed affrontare una guerra lunga, massacrante, con fame e malattie - non dimentichiamo che nel 1918 scoppiò la pandemia detta “Spagnola” che durò più di due anni – non sarà stata una cosa facile per lui, piccolino, per i suoi fratelli più grandicelli e per tutte le famiglie di Trieste allora posta proprio con il fronte bellico alle spalle.
Di mio nonno, Carlo, non ne so molto. Infatti dopo la mia nascita, nel
1949, la situazione locale era tale,
come più sopra accennato, che di certe cose si evitava di parlarne, più per
pigrizia mentale che per altro; di lui so solamente che era impiegato come spedizioniere
postale e, sembrerebbe, che avesse
ricevuto qualche encomio solenne, ma per
cosa non lo so.
La mia nonna e la mia bisnonna provenivano a loro volta: Anna,
dalla quale la mia sorella maggiore ha preso il nome, da Spalato, allora austro-ungarica, e di cognome faceva “Rossovic(h)”; la bisnonna, invece, si chiamava Carolina, proveniva dalla Contea
di Gorizia e di cognome faceva “della
Bona”.
Anche la mamma, quindi, era
cittadina asburgica ma la sua estrazione era diversa di quella di mio papà.
La sua famiglia apparteneva, sia da parte di mio nonno che di mia nonna
materni, a quel gruppo di cittadini triestini chiamati “regnicoli” ovvero
persone che provenivano dal vicino Regno
d’Italia in cerca di lavoro, perché qui di
lavoro ce n’era ed era facile avere un adeguato benessere sociale,
intellettuale e finanziario; difatti il mio nonno materno, Emilio,
infermiere di professione, era originario di Cesena e la
nonna, Celeste, a sua volta proveniva
da Motta di Livenza. Tutti due
territori entrati da pochi decenni a far parte del neonato Regno
Savoiardo.
Chiaramente il sub-strato politico-ideologico di mamma e papà erano
diversi, ma papà amava la mamma e, come spesso avviene, in casa i pantaloni li
portava lei.
Papà Giordano aveva trovato occupazione come “cerin”,
poliziotto o piedipiatti o sbirro, chiamatelo come volete, nella locale neo costituita “Venezia Giulia Police Force” (VGPF),
meglio conosciuta come Polizia Civile.
Faceva parte del gruppo motorizzato
fotoelettrico, ossia lavorava su di quei grossi mezzi militari dotati da enormi
fari per illuminare i cieli delle notti
buie della guerra fredda alla ricerca di velivoli non identificati. Quando
prestava servizio notturno lo si poteva trovare nel piazzale del Colle di San
Giusto oppure al Castello di Duino, dove risiedeva una parte del comando
GMA; partecipò anche, come unità di
soccorso, durante l’alluvione del Polesine del 1951.
Il papà continuò a fare il
poliziotto passando poi sotto l’amministrazione civile del Ministero
dell’Interno, prestando servizio presso l’Ufficio Politico della Questura di
Trieste.
La mamma, casalinga, con grande maestria, cercava alla meglio di mettere assieme il pranzo con la cena; la mia sorella maggiore, Anna, lavorava e la sorella di mezzo, MariaLuisa, andava a scuola. C'è stato un momento difficile in quelli anni, la mamma si ammalò seriamente e dovette rimanere ricoverata al Sanatorio di Aurisina per molto tempo. Alla famiglia, ed in particolare a me che ero un ragazzino, ci pensò la mia sorella Marisa, anche lei in giovane età che pur continuando la frequentazione scolastisca accudiva alla casa con sacrifici personali e con grande maestria e senso del dovere.
Io ero uno scolaro, ero un bambino, ed essere bambini in quegli anni a Trieste, città conquistata, persa, riconquistata, con una storia complessa e mal raccontata, se non addirittura nascosta, non era cosa facile, ma noi non lo sapevamo.
Già, è cosa risaputa ed altrettanto sconosciuta nel suo più profondo, che la storia la scrivono i vincitori ed i perdenti soccombono. "Guai ai Vinti” disse Brenno dopo aver sconfitto i Romani, quindi la storia che dovevamo imparare era tutta scritta ad “usun delfini”, ad uso e consumo delle nuove generazioni che dovevano crescere a pane e “Cuore”, a pane e “Leggenda del Piave”, a pane e “Fratelli d’Italia”. Tutto normale, s’intende, niente di nuovo sotto il sole. E’ accaduto sempre ed accadrà ancora ma, in questo particolare stato di cose, troviamo una nazione sconfitta dal punto di vista bellico ed abbattuta dal punto di vista economico, che trovandosi però dalla parte giusta di quella cortina di ferro che da Stettino, scendendo lungo l’Adriatico, passava per Trieste, ha potuto arrogarsi il diritto di imporsi come vincitrice e raccontare la storia secondo suo gradimento con il beneplacito delle potenze veramente vincitrici il secondo conflitto mondiale.
Smarcatasi dal fascismo, la cui unica responsabilità venne addossata a Mussolini e a tutti i suoi - non che non ne fosse responsabile, ma non si può neanche sostenere che le piazze non fossero affollate durante i suoi comizi - e forte di questa nuova verginità democratica, con le spalle protette dai vincitori e liberatori, ecco che si risolleva e ci viene a raccontare la sua versione storica, la sua visione della storia delle nostre terre; ci racconta di una realtà già esistente quando la penisola italiana era ancora frastagliata in tanti piccoli o grandi staterelli spesso in lotta tra di loro.
Ma questa è quella che doveva essere la storia vera, non quella
raccontata dai tanti indigeni, residuati stantii della Trieste multietnica,
multiculturale e multi religiosa per tradizione secolare, non quella raccontata nelle osterie dei rioni periferici della città o dei villaggi fuori porta, per lo più abitati dalla
minoranza slovena. Già perché ormai a Trieste di cittadinanze ce ne erano
rimaste solamente due: quella italiana, per lo più importata nel ventennio dalla
lontana Puglia, dalla Sardegna o da chissà da che altro luogo per ripulire l’humus non italico, stabilitasi preferibilmente nella “city”, e poi quella slovena residente preferibilmente
nelle periferie.
La terza componente secolare di Trieste, quella austriaco-tedesca non esisteva più, e per tedesca, si badi bene, intendo quella ante 1918 e non quella del Terzo Reich.
Ma quelle storie raccontate da questi ubriaconi, da questi uomini senza cultura, già perché quei beoni da “osmiza” non sono altro che riesumazioni di fantasmi giallo-neri, con la divisa grigio-azzurra dell’Imperial-Regio Esercito, della KuK Armee. Chiacchiere di contadini, di arsenalotti, di artigiani, di poveri di spirito. Ed erano ancora lì quando noi ragazzini studiavamo sul sussidiario, unico libro per tutte le materie in quelli anni di scuola, e con un unico maestro per tutte le discipline. Lo ricordo ancora con molto affetto, era il maestro Devescovi, ma non ricordo, ahimè, il nome di battesimo... ah si, ora ripensandoci lo rammento, si chiamava Giovanni ed ogni tanto ci dava qualche ripetizione nella sua casa, abitava in via Guido Brunner - guarda un po' prima del 1919 si chiamava "Via dei bachi" - C’era poi l’ora di religione, una sola religione quella cristiana-cattolica che anch’essa, tramite il buon prete, mi ricordo che si chiamava don Agostino, ci rimandava al sacro onore di coloro che in nome del bene e contro il male si immolavano raggiungendo i Campi Elisi degli italici eroi. E poi c’era l’ora di educazione fisica, "super partes" si, ma anch’essa con un inquadramento quanto meno di tipo militare o giù di lì. Ma penso che queste cose succedevano in ogni dove, in fin dei conti tutto il mondo è paese.
Ecco che allora bisognava assolutamente fare qualcosa per tenere lontani i ragazzini, i prossimi cittadini “bianco-rosso-verdi”, da questo possibile inquinamento della storia, quella nuova storia, quella costruita e raccontata tante e tante volte così come una bugia che quando viene detta e ridetta all’infinito deve diventare e diventerà una verità sacro santa. Bisognava sterilizzare i cervelli, non si doveva permettere che il dubbio si insinuasse dentro noi ragazzini, facili soggetti da istruire, da abbindolare.
Ed allora forza a ricordare la prima guerra mondiale, quella del 1915/1918, s’intende, e far dimenticare
che a Trieste la Grande Guerra era iniziata un anno prima, già nel 1914 perché
eravamo cittadini austro-ungarici; e forza
ad ignorare consapevolmente che il
giorno 11 agosto del 1914 da Trieste
partì Il 97°
reggimento di fanteria Freiherr
von Waldstätten con un contingente iniziale, dico iniziale, di 4.300 uomini alla volta della Galizia, non
quella spagnola ma quella dell’Europa Centrale, là dei Carpazi.
Erano cittadini fedeli alla loro “Heimat” , partiti, certamente non a cuor
leggero, ma partiti per servire il loro Imperatore per poi essere
ridicolizzati, canzonati …”quei del
demoghela” si diceva,, troppo italiani per essere asburgici e troppo tedeschi per essere italiani e per questo malvisti e denigrati, alla fine
però con un medagliere di tutto rispetto.
Pochi tornarono e quelli che ci riuscirono furono subito inviati nei campi
di rieducazione del centro e sud Italia perché dovevano essere bonificati dalla
loro colpa di non aver disertato, dovevano essere redenti, e soprattutto
dovevano tacere, non dovevamo raccontare la verità.
Noi ragazzini dovevamo assolutamente imparare a memoria la Canzone del Piave, dovevamo andare alle cerimonie ufficiali, all’alza ed all’ammaina bandiera in Piazza Grande, poi rinominata Piazza dell’Unità di Italia.
Dovevamo assolutamente andare alle manifestazioni nazional-patriottiche al Teatro Comunale G.Verdi ed, al lancio di pezzettini di carta tricolori, gridare: ”Fiume, Dalmazia, Italiane… Italiane…” ovviamente senza saper cosa dicevamo, forse senza sapere nemmeno dove si trovavano queste località, forse senza sapere perché non erano italiane; ma bisognava gettare il seme…poi darà il suo frutto, ed io, non ancora adolescente, c’ero .
Ragazzi che dovevano essere fieri della loro nuova patria, non quella dei loro genitori, dei loro nonni, dei loro avi ma quella dei padri, dei nonni dei nuovi arrivati, di coloro che mandati quassù a Trieste conquistata avevano il compito di sostituirci, di ripulirci, di redimerci.
Poi il tempo passa…
…e non ti importa più granchè di quello che in qualche modo ti ha risciacquato il cervello.
La routine della vita, il suo logorio, il lavoro, la famiglia i figli da crescere ti tengono lontano da queste tematiche che tutto sommato poco t’importano, l’importante è portare a casa lo stipendio a fine mese.
Poi gli anni volano…
…e trovi il tempo per ripensarci
magari perché c’è qualche cerimonia di stampo antico, oppure c’è qualche
ricorrenza che ti invita ad entrare e capire, ed allora anch’essa si fa strada nel tuo cervello ma in senso inverso e quindi
ti fai delle domande ed inevitabilmente devi darti delle risposte.
… ma perché vengono osannati in modo totale solamente coloro che,
indubbiamente motivati da loro rispettabili convinzioni, hanno disertato e sono
passati dalla parte dell’avversario, dalla parte di chi prima era alleato poi
subdolamente nemico.
Ti chiedi perché per tantissimo tempo coloro che hanno adempiuto il loro
dovere e indossata la divisa grigio-azzurra del KuK Armee fino al sacrificio totale sono stati dimenticati, resi inesistenti, cancellati, beffati.
E ti trovi, senza renderti conto, tra una patria imposta ed una identità
scomparsa che riemerge nella mente se solamente ti soffermi a pensare o meglio
a guardarti attorno, a Trieste, nelle
città del Sud-Tirolo, in quelle del Litorale Austriaco, a Görz, dove tutto ti manda in scompenso perché capisci che
tutto ciò che ti è stato raccontato era una “bufala”, perché ti accorgi che
tutto è diverso dal resto dell’Italia, ti accorgi che tutto traspira asburgico.
E ancora ti rendi conto che tutto ciò che ti era stato impianto nel
cervello di ragazzino si poggiava solamente su parole, parole, parole, su aria
fritta.
Evitabilmente ti casca il mondo.
Ed allora cerchi risposte e vai a
documentarti come ho fatto io, tardi senz’altro, ma meglio tardi che mai.
E così accadde che, nel 2017, in occasione del 300° genetliaco di Maria Teresa, qua a Trieste, mi son risvegliato dal sonno della ragione ed ho capito che Trieste è figlia dell’Austria, che Trieste è stata plasmata dalla “Unsere Landes Mutter Maria Teresa”, pur non avendola mai visitata; l’ha fatto poi per Lei il figlio Giuseppe II, e gli altri.
Ed allora capisci che gli sloveni sono qui da sempre, e ti accorgi che i serbi hanno contribuito alla grandezza della città, che i commercianti greci come Demetrio Carciotti hanno contribuito all'espansione di questa realtà in ascesa, e poi tutte le altre componenti come Armeni, Ebrei, Levantini in genere, come anche gli italiani Domenico Rossetti, Pasquale Revoltella, il boemo Josip Ressel, il grande plurinazionale Julius Kugy, solo per citarne alcuni tra i più importanti.
E scopri, come è accaduto a me, che le tue origini affondano in Boemia o in Slovacchia, oppure trovi tuoi cognomi anche a Budapest.
E allora ti rendi conto che il tricolore è solo un pietoso velo per nascondere la tua vera identità, la tua storia; e nascondere la vera storia e l’identità di un popolo è una sorta di genocidio.
***
Non sono, lo confesso, un grande lettore, un divoratore di pagine su pagine fino all’estrema stanchezza, anzi sono esattamente l’opposto.
Ho in lettura 4 o 5 libri iniziati, mai conclusi, che ogni tanto rispolvero e mi porto avanti di
alcuni capitoli.
Qualcuno sostiene che aver in lettura più libri, anche di tematiche diverse, è segno di interesse, che ti dà la possibilità di variare tra letture amene e letture obbligate per motivi professionali, che si possa trovare una connessione tra un libro, un autore ed altri che tieni in stand-by. Io non ne sono completamente convinto, penso che il mio caso è che sono un insoddisfatto, mi piace fare tante cose, e spesso le stesse mi danno noia e quindi cambio registro, lo so è sbagliato, ma tant’è.
Questa volta però un libro che ho voluto leggere e portare a termine c'è, e mi ha aperto una visione ampia proprio su questo argomento.
Ho avuto l’occasione di procurarmi on-line, in quanto lo spazio fisico per i libri cartacei nella mia piccola biblioteca ormai è esaurito, un libro di un autore concittadino di cui conoscevo la bravura ma non ne avevo mai letto nulla: parlo di Paolo Rumiz e del libro “Come cavalli che dormono in piedi” , scritto in occasione dei cent’anni dall’inizio della Grande Guerra, nel 2013, ma in quell’anno io ero ancora storicamente “anestetizzato”.
Mi ha profondamente preso e mi sono soffermato a lungo, in particolare, sul secondo capitolo del quale desidero, più avanti, soffermarmi e fare qualche considerazione su qualche passaggio più significativo senza in alcun modo violare la “royalty” dell’autore che certamente non me ne vorrà.
E’ per questo che mi sono messo alla tastiera.
Non è facile, devo confessare, lo scrivere per chi non è avvezzo a quest’arte, bisogna tener conto di tante cose, in primis la sintesi, io invece sono molto prolisso, e poi è ancora più difficile se si vuole imbarcarsi nell’avventura di raccontare se stessi, di aprire le porte dell’anima, e raccontare i sentimenti più reconditi che il pudore o forse conflitti interni sconosciuti e mai risolti te li hanno fatti celare.
E’ anche vero, però, che quando ti si innesca un “input” allora parti per la tangente e ti lasci trasportare
dall’entusiasmo e butti giù parole su parole, righe su righe e poi leggi e
rileggi e cambi e correggi fino a non trovare la strada giusta per raccontarti,
per svelare il tuo conflitto interno che per tanto tempo ti ha tenuto
prigioniero, forse senza neanche saperlo.
Questo input l’ho avuto alcuni giorni fa quando occasionalmente ho dato una
scorsa a quel libro. Scrive bene il
signor Paolo Rumiz, ci fa viaggiare
attraverso il tempo e lo spazio stando tranquillamente seduti sul divano, ma
soprattutto ci rimanda indietro nel tempo facendoci aprire gli occhi sulle cose
che la storia recente ha voluto occultarci.
"Come cavalli che dormono in piedi” è il racconto della sua ricerca della storia che segnò le terre di quella grande Europa del mondo di ieri e che una scintilla di Sarajevo ha fatto piombare nel buio e nella disperazione della guerra, della Grande Guerra. E’ per lui il confronto di quella grande Europa, dove si poteva viaggiare per migliaia di chilometri senza mai cambiare convoglio, oppure capirti con una lingua franca valida in tutto l’Impero, oppure ancora essere sicuro si trovare ciò di cui abbisogni, un confronto con l’Europa dei giorni attuali, e per lui europeista convinto questo confronto gli lascia un certo amaro in bocca.
Ma è anche il racconto della ricerca della memoria cancellata, del ricordo
dei tanti sudditi trentini e giuliani
che nel 1914, in più di centomila, sono partiti per andare a combattere sul
fronte russo, là dei Carpazi.
E’ il racconto del suo viaggio verso la Galizia, mitica frontiera
dell’Impero ora divisa tra Polonia ed Ucraina,
alla ricerca di quei piccoli cimiteri militari dove pietosamente qualcuno
ha raccolto i miseri resti dei soldati caduti dai colpi del nemico o morti di
freddo e di fame, dove poter forse riconoscere, su qualche sbiadita pietra
tombale, il nome di qualche nonno,
qualche zio che non ha potuto far ritorno alla fine del disastro.
Il secondo capitolo, è forse per noi
di queste terre il più interessante proprio perché parla di noi, dei triestini,
dei trentini dei goriziani che indossata la divisa della KuKArmee sono andati a
morire per il loro imperatore.
...segue

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